Pubblicato da Susta Gianluca lunedì 3 maggio 2010
MADE IN: UNA SFIDA DELL'EUROPA PER GARANTIRE TRASPARENZA E COMPETITIVITÁ

Ha avuto inizio la scorsa settimana in Commissione Commercio internazionale del Parlamento europeo l'iter del regolamento europeo sul "Made In". In discussione, la possibilità di istituire un regime obbligatorio d’indicazione d'origine per importanti categorie di prodotti (tra cui calzature, tessile, abbigliamento, gioielli, pelletterie, lampade, ceramiche e mobili…) provenienti da paesi terzi ed in entrata nel mercato comune europeo.
Dopo più di quattro anni dalla prima proposta sul tema presentata dalla Commissione europea (dicembre 2005), grazie alle tante ed autorevoli sollecitazioni del Parlamento europeo (risoluzione del luglio 2006, dichiarazione del 2007... e, da ultimo, risoluzione del novembre 2009) e alla recente entrata in vigore del Trattato di Lisbona (che ha modificato significativamente l'equilibrio delle relazioni interistituzionali europee, ponendo il Parlamento europeo su un piano di parità con il Consiglio), l'Assemblea che rappresenta direttamente i cittadini dell’Unione avrà il compito, in qualità di co-decisore, di scrivere una nuova importante pagina del capitolo “Made In”.
Nei prossimi mesi, il Parlamento europeo sarà chiamato ad elaborare ed approvare un regolamento equilibrato che, sulla base di regole chiare e trasparenti, garantisca tanto consumatori che imprese, senza prestare il fianco alle sirene protezionistiche e senza gravare ulteriormente sui consumatori finali, in tempo di crisi mondiale. Compito non facile, viste le resistenze di numerosi Stati membri della UE e di tante agguerrite lobbies che non vogliono che entrino in vigore in Europa norme che sono da anni presenti nella legislazione dei nostri grandi competitors (Usa, Giappone, Cina, India, Brasile, ecc...).
Dovremo, dunque, far prevalere il diritto dei consumatori a essere pienamente informati sulla provenienza dei prodotti che acquistano, dare una risposta alla pressante richiesta della parte migliore dell'industria europea (quella che punta - ancora e nonostante tutto - sulla qualità della produzione nel pieno rispetto degli standard internazionali) di competere sui mercati internazionali “ad armi pari", avvalendosi di norme compatibili con le regole del WTO.
Nelle fluide dinamiche della comunità globale di questo inizio di XXI secolo, la regola di base è l’interconnessione; flussi commerciali inarrestabili permeano con sempre maggior facilità le tradizionali frontiere nazionali; nuovi aggressivi “network produttivi” minacciano i tradizionali distretti economico-industriali.
In questa cornice, temi quali la sicurezza ambientale e sanitaria, il rispetto dei diritti dei lavoratori e gli standard sociali minimi appaiono sempre più rilevanti e temi quali la denominazione di origine, l’indicazione delle caratteristiche di qualità e la tracciabilità di un prodotto acquistano una rilevanza nuova e rappresentano uno dei pochi strumenti di tutela del consumatore del terzo millennio.
Su questo fronte occorre, insomma, che l'Unione europea divenga parte attiva nella riscrittura delle regole di base che governeranno la comunità politica ed economica internazionale nei prossimi decenni: in una fase di rapide trasformazioni, l'inazione dell'Europa potrebbe favorire anarchia e concorrenza sfrenata a detrimento della nostra ben nota capacità di produrre qualità ed innovazione, nel rispetto del nostro modello sociale.
Gianluca Susta
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Credo sia un provvedimento che possa limitare in molti settori la riduzione di forza lavoro , in quanto gruppi commerciali che poi rivendono alla G.D.O. mascherando con finti appellativi che richiamano il made in Italy merce ( specialmente nel settore casalingo e tessile ) prodotta in China o per meglio mascherare " made in P.R.C. ". Speriamo che Lobbies non si mettano di traverso. Cordiali saluti