Pubblicato da Milana Guido mercoledì 14 aprile 2010
SAHARAWI: NOMADI DEL DESERTO IN ESILIO PERMANENTE

Potrebbe non rimanere ancora molto da vivere ad Ali Salem Tamek, Dahane Ibrahim, Ahmed Naciri, Yahzih Taruzi and Rashid Sghir. Questi i nomi dei cinque saharawi arrestati all'aeroporto di Laayoune, mentre ritornavano da una visita agli accampamenti di Tindouf, e detenuti dallo scorso ottobre, pur senza aver subito un processo, nel carcere di Salé, in Marocco, con l'accusa di sostenere l'indipendenza del Sahara occidentale dall'occupazione marocchina.
Sono questi i cinque civili, attivisti per i diritti umani, che dal 18 marzo hanno deciso di iniziare uno sciopero della fame per protestare contro l'ingiusta detenzione, nonché contro le pratiche vessatorie e le intimidazioni perpetrate ai danni dei prigionieri saharawi dalle forze dell'ordine del governo di Rabat. Civili, appunto! E ciononostante destinati dalle autorità marocchine ad essere giudicati da un Tribunale Militare - per la prima volta negli ultimi vent'anni! - per aver attentato alla sicurezza e all'integrità territoriale del Regno.
Cinque nomi - se non addirittura sei, visto che un altro attivista, Saleh Labihi, si è recentemente associato all'iniziativa dei colleghi - che, tra qualche giorno, potrebbero riempire la pagina dei necrologi sulle testate locali e comparire, forse, su qualche quotidiano internazionale. Nomi che andrebbero ad infoltire le liste delle vittime per la libertà d'espressione e per la dignità umana, già fin troppo tristemente gremite. Cinque vite che potrebbero essere ulteriormente sacrificate alla cecità e all'incapacità decisionale che paralizzano istituzioni e organizzazioni internazionali quando ad essere in gioco sono i diritti umani e l'autodeterminazione dei popoli.
Atteggiamento, quest'ultimo, ben riconoscibile nel corso della lunga vicenda dell'occupazione del Sahara occidentale da parte del governo di Rabat. Una vicenda che ha avuto origine intorno alla metà degli anni Settanta, nel quadro del processo di decolonizzazione del territorio, mentre la Spagna andava predisponendo tutte le misure per la concessione dell'indipendenza. La morte di Franco, tuttavia, interveniva a complicare un processo di decolonizzazione all'apparenza già ben avviato sulla strada di una risoluzione rapida e relativamente indolore: la scomparsa del dittatore, infatti, spalancava di fatto a Hassan II le porte del Sahara occidentale, con le sue coste pescosissime e il suo sottosuolo ricchissimo di fosfati.
Il 9 novembre 1975, neanche a dirlo, il territorio veniva occupato militarmente.
É iniziato così il lungo confronto tra il Regno marocchino e il Fronte Polisario (Fronte per la liberazione di Sagui el Hamra e Rio de Oro), già rappresentante legale, dal 1973, del popolo saharawi, nonché fondatore della RASD, la Repubblica Democratica Araba dei Saharawi, con una sua costituzione, un suo apparato istituzionale e tanto di riconoscimento da parte della quasi totalità dei paesi dell'OUA (Organizzazione dell'Unità Africana).
Un confronto aspro, tra contendenti determinati, la cui inconciliabilità di posizioni si è materializzata nel 1981, prendendo le sembianze di un muro: una costruzione di ben 2300 chilometri, circondata da un numero imprecisato di mine antiuomo e mine anticarro, oltre che da distesa di filo spinato. E attorno a quel muro si è consumato e continua a consumarsi anche il dramma di moltissimi saharawi, costretti a lasciare la propria terra. Ad oggi sono circa 150.000 i rifugiati negli accampamenti di Tindouf, nel deserto algerino, sul confine nord-est del Sahara occidentale.
Soltanto nel 1988 si è assistito all'intervento dell'Onu, che, nel 1991, ha istituito la Missione MINURSO per il referendum nel Sahara occidentale e ha successivamente inviato i caschi blu.
Ma anche la Missione MINURSO è giunta al termine del suo mandato, che scadrà ufficialmente il 30 aprile 2010 e tutto induce a credere che la comunità internazionale sia orientata ad apporre il suo timbro sull'esilio permanente dei Saharwi.
É evidente che sia giunto il momento di uscire dallo stallo. Si attende un segnale forte da parte dell'Unione europea, che, peraltro, a tutt'oggi intrattiene importanti relazioni con il Marocco, anche e soprattutto in materia di pesca. Ed è altresì tempo che il Parlamento europeo faccia sentire la propria voce. Ma la risposta del PE non può essere la passiva assistenza ad un processo governato in sede ONU, bloccato da anni e ripetutamente rinviato, benché la violazione dei diritti umani e le violenze perpetrate continuino ad aver luogo e ad essere denunciate dalla stampa internazionale.
Si deve aprire una stagione in cui l'Europa assuma una posizione forte, che possa smuovere acque sin troppo stagnanti, in cui poggiano interessi economici e politici che nulla hanno a che vedere con i diritti dell'uomo.
Guido Milana
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Egr. Milana perche non siamo piu incisivi e facciamo pressioni sul regno del marocco tali da obbligarlo a venire a patti. O la spagna socialista non lascia spazio alla nostra azione. E interessante il fronte polisario lotta democraticamente e non ottiene niente da anni. chi fa del terrorismo ottiene di piu? andiamo avanti e non abbandoniamo i saharaui.